Il tè dei samurai

Samouraï de dos face aux champs de thé du plateau de Makinohara au lever du jour

C’è un tè che viene da un altopiano che nessuno voleva coltivare. Oggi è la più grande regione del tè del Giappone. In mezzo ci sono uomini che hanno posato la spada.

1868, un mondo che cade

La Restaurazione Meiji mette fine a sette secoli di governo dei guerrieri. L’ultimo shōgun, Tokugawa Yoshinobu, si ritira a Shizuoka. Intorno a lui, i suoi uomini. Samurai senza signore, senza guerra, senza funzione. Nel 1869 i domini sono restituiti all’imperatore e il loro corpo viene sciolto. Un’intera casta si ritrova senza terra e senza futuro.

La spada posata

A est di Shizuoka si stende l’altopiano di Makinohara. Una terra secca, in quota, difficile da irrigare. Nessuno vi coltiva niente.

A partire dal 1869, quasi tremila antichi samurai, guidati fra gli altri da Chūjō Kageaki, decidono di dissodarlo a mano. I porti erano appena stati aperti, il tè era diventato una merce d’esportazione. Questi uomini che avevano imparato la disciplina e la pazienza imparano un altro gesto. Estirpano i ceppi, piantano, aspettano.

L’altopiano che non portava nulla diventa, in una generazione, il cuore del tè giapponese.

Che cosa cambia nella ciotola

Il nostro matcha cresce lì, a Makinohara. Il cultivar si chiama Tsuyuhikari, «la luce della rugiada». Un nome che dice esattamente quello che cerchiamo: la clorofilla viva, la luce trattenuta nella foglia.

È macinato fresco, raccolto di primavera. Tre note si tengono in bocca: nocciola, rosa, umami. Nessuna amarezza che domina, nessuno zucchero da aggiungere. Scoprire il matcha.

Non è una stirpe antica. È una storia moderna, nata da una casta che ha scelto di ricominciare. Un tè di disciplina, diventato un tè del mattino. Il gesto, invece, si trasmette: come preparare il matcha.

Al primo mattino.


Il matcha del mattino, da posare.
CHLORÈME · Maison d’apothicaire a Parigi